IL PRESIDENTE BOSCIA INTERVIENE ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE - ROMA, 7 LUGLIO 2021

Audizione presso la Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza della Camera dei Deputati sulle Pratiche della transizione di genere di soggetti minori di età.

Roma, 7 luglio 2021: Audit del Prof. Filippo Maria Boscia Medico, ginecologo ed andrologo, già direttore della Cattedra di Fisiopatologia della Riproduzione Umana nell’Università di Bari, per venti anni Direttore dei Masters di perfezionamento in Sessuologia Clinica e in Pedagogia Sessuale nell’Università di Bari. Parto dalla mia esperienza per dirvi che le problematiche del genere e del sesso, soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza, sono molto delicate oltre che fortemente controverse. Ancor più negli ultimi tempi perché una proliferazione di termini, variamente complessa, è andata a complicare gli intimi significati della comprensione: le tante variabili introdotte hanno creato grande confusione nella pubblica opinione, soprattutto nei “non addetti ai lavori”.

Ad esempio, la parola “sesso” indica sia l’essere maschio sia l’essere femmina ma anche la sessualità in generale. Ma non solo: i termini “sesso”, “sessuale” e “genere” non sono più riferiti ad indicatori biologici di maschio e femmina, bensì sono indicativi di tante altre variabili psico-sociali ed educazionali riguardanti le funzioni riproduttive e sessuali (cromosomi, gonadi, ormoni sessuali, organi genitali interni ed esterni, sia quando compaiono ambiguità, sia nelle non ambiguità). Nello specifico il termine “genere”, associato ad “identità”, è l’ultimo tra i tanti: serve non solo per indicare gli individui con indicatori biologici e culturali non ambigui ma anche quelli con indicatori sessuali contrastanti o ambigui.

Lo stesso termine si allarga e si estende ai diversi ruoli vissuti nella società e che spaziano dall’identificazione del soggetto come bambino o come bambina, come uomo o come donna, fino ai fattori biologici e sociali, psico-emozionali e psico-sociali e ai molteplici altri fattori interagenti con le complesse fasi dello sviluppo del genere. In questa complessa materia bisogna andare all’origine dei problemi: bisogna studiare l’etiologia e non studiare le terapie senza conoscere l’etiologia: attesi gli sviluppi continui della Medicina, l’assegnazione del genere si riferisce non più alla sola assegnazione iniziale di maschio o2 femmina alla nascita, ma è diventata tanto estensiva da precedere la nascita, potendo essere investigata nelle immediate fasi successive al concepimento.

Infatti la determinazione del sesso è rilevabile in fasi estremamente precoci attraverso metodiche di diagnosi genetica preimpianto che, associate alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, hanno reso possibile lavorare per la determinazione del sesso/genere ancora prima della nascita. Siamo in un cambiamento d’epoca incredibile: Non si parte più dalla nascita per l’assegnazione iniziale di maschio o femmina, ma il genere può diventare assegnabile sin dal concepimento sicchè, se fantasmato, può essere opzionato dai genitori su commissione, direi, su ordinazione specifica.

Questi cambiamenti tecnologici che sembrano semplici variabili di fatto sono diventati di fatto sostanziali modifiche, perché giungono a riguardare sia il vissuto della gravidanza ma anche l’irriducibilità del desiderio genitoriale che costringe e conduce quel bambino prima ancor prima di essere concepito ad essere catturato dentro un destino prefissato, che poi, di fatto, potrebbe risultare del tutto estraneo al genere assegnato alla nascita. Sappiamo bene che l’identità di genere non è una categoria soltanto anatomica, ma educazionale e comportamentale, cognitiva e sociale. Il DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), la bibbia delle discipline psichiatriche e psicologiche, giunto alla V edizione, nell’ultimo periodo sta variando più velocemente l’impostazione, dimostrando la poca stabilità nel tempo degli assunti scientifici.

Così si fanno transitare patologie in categorie non patologiche: questo sta avvenendo per le disforie di genere e per tutti quei disagi affettivi/cognitivi, in relazione al genere assegnato, inseriti dapprima in categorie patologiche/diagnostiche. Oggi noi parliamo di “transizione di genere” da attuarsi in soggetti minori di età e lo facciamo consapevoli di incertezze, perché i dati di letteratura pubblicati si riferiscono ai casi di pubertà patologica, trattata con triptorelina. E certamente questi casi non possono essere sovrapponibili a quelli che vorremmo trasferire, quando trattiamo bambini con pubertà fisiologica nei quali intendiamo bloccare, con contestabili applicazioni terapeutiche, l’evoluzione naturale del processo. Oggi noi stiamo parlando di “riassegnazione di genere” in soggetti di minore età sani, che non mostrano patologie, né riferite al genotipo, né al fenotipo, ma alla sola percezione di un’immagine del sé corporeo che non è accettata e che deriva dalla incongruenza del genere esperito o espresso rispetto al 3 genere assegnato.

E’ una questione della quale si è occupato anche il Comitato Nazionale di Bioetica, nella seduta del 13 giugno 2018, giungendo alla conclusione che “per la somministrazione della triptorelina si raccomanda un approccio di prudenza in situazioni accuratamente selezionate da valutare caso per caso”. Quindi modalità prudenziali, che obbligano a seri filtri, soprattutto quando vi è mancanza di dati scientifici, in base ai quali selezionare i casi suddetti. Ancora, il Consiglio nel suo parere raccomanda di individuare un sesso natale, definendo l’interesse preminente del bambino ad essere cresciuto in senso maschile o femminile e pone l’interrogativo: è possibile intraprendere un percorso di consapevolezza dell’identità di sé in un vissuto di identità sessuale neutrale che può durare sino ai quattro anni di età? In questo particolare momento dello sviluppo è opportuno ed è giusto ciò?

NB : SI ALLEGA IL FILE CON  IL TESTO COMPLETO

E QUESTO E' IL VIDEO COMPLETO

 

Il Presidente Boscia in occasione del 77° di fondazione dell'AMCI invita tutti gli iscritti a pregare per Papa Francesco

Carissimi tutti, 

oggi celebriamo il 77⁰ anno dalla fondazione. Buon compleanno a tutti i soci e le socie che attivamente svolgono importante e proficuo lavoro di testimonianza cristiana in campo socio sanitario. Auguri a tutti i Presidenti Diocesani che invito a condividere  questo importante traguardo con  i loro amatissimi Vescovi.
In questa particolare giornata   invochiamo particolari grazie al Signore ed eleviamo  a Lui preghiere intense per la salute del Santo Padre Papa Francesco illuminata nostra guida.


Auguri a tutti.

 Filippo M. Boscia
Presidente nazionale.

DOCUMENTO AMCI NAZIONALE : “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliere di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

      

Carissimo,        

in questo periodo di forzata quarantena, con il nostro amato Cardinale Menichelli, il Consiglio di Presidenza ha elaborato il progetto-programma che ti trasmetto in allegato e che ha per titolo:  “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

E’ una riflessione che potrebbe essere un vero e proprio manifesto dell’AMCI:  partendo dalla verifica delle criticità dell’attuale pandemia, avanziamo delle proposte concrete di servizio per il bene integrale della persona e per azioni di cura, di care e di salvezza (medico ministro della comunione, diacono della consolazione).

Ti esorto quindi a diffonderlo, ma soprattutto, come auspicato da noi e dal Cardinale, desideriamo che sia tu stesso  a condividerlo con l’amato Vescovo, ordinario della tua Diocesi, perché venga da lui valutata secondo le esigenze pastorali locali. Sono certo che i medici cattolici potranno continuare a ben operare nei luoghi della sofferenza e ci auguriamo che questo documento venga esteso anche ai medici di prossimità e  a tutti i colleghi che, mandati a mani nude e senza protezioni nel difficile compito dell’assistenza, sono rimasti ustionati da questa difficile situazione da Covid, che tra l’altro ha visto il sacrificio di circa 150 colleghi e di 7 specializzandi.

Le auspicate scuole di prossimità costituiranno una straordinaria opportunità di rinnovamento della nostra associazione. Restiamo in attesa di conoscere tutti gli elementi della vostra operosità diocesana. Un affettuoso e sentito augurio di bene a voi e alle vostre famiglie, alle quale desideriamo estendere il nostro grazie!     


        Il Presidente Nazionale

      Filippo Boscia
                                                 

Franco Balzaretti Riflessioni dagli incontri “Amci e Spiritualità” di Torino su Bioetica News

Fratelli Tutti

Nella prima serata organizzata dall’Amci di Torino incentrata sull’enciclica Fratelli tutti la relazione principale è stata affidata a padre Luciano Manicardi, priore della Comunità di Bose, di cui ricordo ancora anche la bellissima relazione ai Medici Cattolici del Piemonte “Stare accanto al sofferente”, organizzata da Bruno D’Angeli il 20 ottobre 2018 a Bose, e in cui ci aveva parlato, in particolare, di vulnerabilità, come indicatore dell’umano, dignità umana, cura e resilienza, tema quest’ultimo chein questi tempi di pandemia, ricorre molto spesso e con drammatica attualità.

Ed ora tre brevi considerazioni riguardo all’Enciclica Fratelli tutti:

 Assisi

Chi va ad Assisi incontra san Francesco e con lui la vera fraternità. E Papa Bergolio proprio per questo ha scelto il nome di Francesco, in quanto ha voluto fondare il suo pontificato su pace, rispetto del creato e fraternità ed ha infine firmato ufficialmente il 3 ottobre scorso la sua ultima enciclica Fratelli tutti proprio ad Assisi.

 Come ha sottolineato padre Enzo Fortunato:

Eravamo abituati alle foto di rito in cui il Papa siglava l’Enciclica su un tavolo di legno con accanto il cerimoniale della Santa Sede. Questa volta ci siamo trovati con il Papa che guarda san Francesco e firma la sua terza Enciclica su un “tavolo di roccia”, facendo diventare Assisi “altare e cattedra di pace”, come la definì Giovanni Paolo II

Anche noi, Medici Cattolici, abbiamo incontrato San Francesco, proprio pochi giorni dopo. Ed infatti ci siamo ritrovati ad Assisi dal 15 al 18 ottobre, in occasione del Ritiro spirituale nazionale, guidato dal nostro Assistente nazionale Cardinale Edoardo Menichelli. E, nell’occasione, abbiamo avuto anche la possibilità di pregare davanti a Carlo Acutis, esposto alla venerazione dei fedeli, e che era stato proclamato Beato dalla Chiesa, sempre ad Assisi il 10 ottobre e quindi solo pochi giorni prima del nostro Ritiro.

Chiara Lubich

Ricordo poi che ricorre il centenario della nascita di Chiara Lubich; lo ha anche ricordato la Rai con il recente film biografico, in cui si sottolineavano alcuni aspetti significativi del suo carisma. Un carisma che si fonda proprio sulla fraternità universale!

Per cui ci sono, evidentemente, degli stretti legami tra  l’Encilica Fratelli Tutti e  Chiara Lubich; basti pensare a tutto quello che Lei ha scritto, che ha vissuto, alla sua passione per l’unità del mondo e della famiglia umana. E l’Enciclica rappresenta quindi anche un vero e proprio manifesto di un nuovo umanesimo: lo stesso umanesimo di Chiara.

Ed oltretutto voglio ricordare che avevo conosciuto Chiara Lubich diversi anni fa, proprio a Torino, in un meeting del Movimento dei Focolari, invitato dall’amico Fabrizio Fracchia.

Il Samaritano

«E si presa cura di lui!» È una straordinaria frase del Vangelo, che ricorre spesso nei nostri Convegni; una frase che ci scuote dal torpore del qualunquismo e dell’indifferenza ed interpella le nostre coscienze. Ed anche Fratelli tutti ci richiama alle nostre responsabilità, individuali e collettive di medici (ma anche di cattolici), di fronte alle nuove sfide di questi nostri tempi tormentati e segnati dalla sofferenza, che si affacciano sulla scena internazionale. Anche se il solo proclamarci fratelli e fare dell’amicizia sociale il nostro abito, certamente non basta. Perché, come afferma Papa Francesco

Siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente (FT, 64).

Anche perché l’impatto della fraternità è spesso dirompente; ed impone una costante attenzione alle esigenze del prossimo, di ogni prossimo: sia esso persona, popolo o comunità. Ce lo dice chiaramente questa enciclica, che ruota intorno all’amore fraterno ed universale, al di là di ogni appartenenza, anche identitaria (FT, 81).

E l’immagine del Buon Samaritano per noi è un monito, ma anche un modello di vita, richiamandoci ad un concreto aiuto a chi soffre e a chi è bisognoso. E noi medici non dobbiamo neppure fare molta fatica per incontrare il nostro prossimo, è sempre con noi, nel volto dei nostri ammalati e dei tanti sofferenti che incontriamo ogni giorno.

Ed infine non possiamo dimenticare la conclusione di Gesù, che è anche una richiesta esplicita a tutti noi medici, operatori sanitari, uomini e donne di buona volontà: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37), che ci richiama a mettere da parte ogni diversità e, davanti alla sofferenza, a farci vicini di chiunque si trovi in difficoltà.

E dunque, io non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io stesso prossimo dei nostri fratelli più piccoli e di chiunque abbia bisogno!

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Samaritanus Bonus

Dopo la serata del 12 gennaio in cui il priore di Bose Luciano Manicardi aveva magistralmente illustrato e commentato l’Enciclica Fratelli Tutti, nel nostro secondo incontro del 23 febbraio  abbiamo approfondito un altro importante documento del Magistero: la Lettera Samaritanus Bonus, sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. La lettera era stata pubblicata il 22 settembre del 2020 a cura della Congregazione per la Dottrina della Fede, per fornire alla comunità cristiana ‒ e a tutto il mondo della sanità ‒ alcune indicazioni precise proprio sul tema del fine vita.

Come avevamo già visto, nel precedente incontro del Corso, nell’ultima Enciclica Fratelli tutti il Papa fa ampio riferimento alla parabola del Buon Samaritano, così come, ovviamente, nella Lettera Samaritanus Bonus. Per cui ci domandiamo: cosa  possiamo trarre dal raffronto tra questi due testi? Possiamo sicuramente affermare che i due testi, oltre al comune fondamento antropologico e teologico, sono complementari, perché applicano la stessa icona evangelica del Buon Samaritano, anche a due situazioni ben diverse, eppure assai connesse tra di loro, essendo ambedue essenziali per la vita, e la dignità dell’uomo, soprattutto nel nostro Paese e nella nostra civiltà.

Samaritanus Bonus identifica il Buon Samaritano con Cristo stesso, medico delle anime dei corpi, e che accoglie la domanda di salute trasformandola in domanda di salvezza eterna. Da qui la necessità di prendersi cura del nostro prossimo: delle sue ferite e del suo dolore.  Anche perché, come sottolinea la Lettera:

La gestione organizzativa e l’elevata articolazione e complessità dei sistemi sanitari contemporanei possono ridurre la relazione di fiducia tra medico e paziente ad un rapporto meramente tecnico e contrattuale, un rischio che incombe soprattutto nei Paesi dove si stanno approvando leggi che legittimano forme di suicidio assistito ed eutanasia volontaria dei malati più vulnerabili.

Lo straordinario sviluppo delle tecnologie biomediche ha accresciuto, in modo esponenziale, le capacità cliniche della medicina nella diagnostica, nella terapia e nella cura dei pazienti. E la Chiesa (e con essa, ovviamente, anche noi Medici Cattolici), guarda sempre con speranza alla ricerca scientifica e tecnologica, e vede in esse una favorevole opportunità di servizio al bene integrale della vita e della dignità di ogni essere umano1. Tuttavia, questi stessi progressi della tecnologia medica, seppur assai preziosi, non sono di per sé determinanti per qualificare il senso proprio ed il valore della vita umana. E infatti, ogni progresso nelle abilità degli operatori sanitari richiede una crescente e sapiente capacità di discernimento morale2, per evitare un utilizzo sproporzionato e disumanizzante delle tecnologie, soprattutto nelle fasi critiche o terminali della vita umana.

Concludendo, possiamo quindi affermare che la Lettera Samaritanus Bonus ci offre sicuramente un chiarimento morale ed un indirizzo pratico, nella convinzione che occorre «una unità di dottrina e prassi». Non si limita quindi a ribadire il messaggio del Vangelo, già di per sé molto significativo e paradigmatico, o ricordare alcuni importanti insegnamenti del Magistero, ma si preoccupa soprattutto di mettere a nostra disposizione alcuni orientamenti pastorali, precisi e concreti, nell’etica del prendersi cura; più precisamente del prendersi cura di tutta la vita e della vita di tutti.

Questi sono degli orientamenti ai quali noi medici dovremo fare sempre riferimento, nella nostra pratica quotidiana ed in modo particolare nel nostro approccio al malato grave e terminale. Questa Lettera si propone di illuminare i pastori e i fedeli, ma anche noi medici, nelle nostre preoccupazioni e dubbi, circa l’assistenza medica, spirituale e pastorale dovuta ai malati nelle fasi critiche e terminali della vita. Il che spiega perché Samaritanus Bonus non rappresenta solo uno strumento di riflessione o un riferimento etico-morale, ma un dono provvidenziale per tutti noi.

Nella Nuova Carta degli Operatori Sanitari del 2016 si afferma che «servire la vita significa, per l’operatore sanitario, rispettarla ed assisterla fino al compimento naturale». E nella stessa poi si sottolinea anche che: "Al malato, nella fase terminale della sua malattia vanno somministrate tutte le cure, che gli consentano di alleviare la penosità del processo del morire. Queste corrispondono alle cosiddette cure palliative, che con una risposta assistenziale ai bisogni fisici, psicologici, spirituali tendono a realizzare una “presenza amorevole, attorno al morente e ai suoi familiari”.

Per cui deve essere proprio questa la vera risposta – cristiana, ma anche umana –- al dolore, alla sofferenza e alla morte, comunque essa si manifesti e segni la vita umana, anche perché questa rappresenta poi anche un inconfondibile indicatore dell’umanesimo della nostra cultura e del livello di civiltà che essa ispira.

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 Note

 1 PONTIFICIO CONSIGLIO PER GLI OPERATORI SANITARI,  Nuova carta degli Operatori sanitari, LEV, Città del Vaticano 2016, n. 6

 2 BENEDETTO XVI, Lett. Enc. Spe salvi (30 novembre 2007), n. 22: AAS 99 (2007), 1004: «Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore (cfr. Ef 3, 16; 2 Cor 4, 16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo» 


BIOETICA NEWS : Intervista al dr Franco Balzaretti

vedi anche al link : https://www.bioeticanews.it/robotica-e-tradizione-nella-pratica-chirurgica-intervista-a-franco-balzaretti/


D. Ha partecipato recentemente al Convegno internazionale di Bioetica, che si è tenuto di recente a Malta, in video-conferenza, «Bioetica e i cinque sensi», organizzato dal Dipartimento di Teologia Morale della Facoltà di Teologia dell’Università di Malta, diretto dal prof. Ray Zammit, con la consulenza scientifica italiana del filosofo e bioeticista Prof. Pietro Grassi. Sono state trattate ed approfondite, nel corso delle quattro giornate, tematiche legate alla pratica clinica nelle diverse fasi della vita approfondendo aspetti diversi in una dimensione pluridisciplinare. Che cosa Le ha lasciato questo Convegno?

R. L’ampia riflessione a 360° sui cinque sensi di questo interessantissimo Convegno Internazionale ci aiuta,  non solo a  ricordare il passato e a  tracciare delle nuove vie per il futuro, ma soprattutto a comprendere maggiormente l’importanza dei cinque sensi nella nostra vita di tutti i giorni e nella nostra professione di medici.

E questo risulta ancor più importante per noi chirurghi, dal momento  che siamo sempre più affascinati, ed addirittura dominati, dalle nuove tecnologie e dalla chirurgia robotica. Nella nostra pratica quotidiana è infatti possibile ricercare la sorgente della nostra tradizione e del nostro passato, un passato non nostalgico, ma vivo, illuminante e, per molti aspetti, imprescindibile, proprio perchè capace di riscaldare il nostro cuore e spingerci a non arrenderci dinanzi alle nuove sfide della medicina e della bioetica, in una società che sembra di poter (o meglio voler) prescindere, sempre più, dai cinque sensi e dalle relazioni umane.

Diventa interessante, a tal proposito, sviluppare una pratica terapeutica che, a partire dalle suggestioni dei cinque sensi, sia capace di farci riacquistare quei rapporti umani e relazionali che credevamo d’aver perduto per sempre, e che comunque sono sempre più indispensabili, per dare un giusto equilibrio alla medicina (…e chirurgia) moderna, che non potrà mai essere affidata solo ai freddi calcoli ed indicazioni delle intelligenze artificiali ed ai bracci robotici.

D. E proprio su chirurgia robotica ha esposto la Sua relazione, nella prima sessione, intitolata «Presupposto dell’esistenza: i sensi come mediazione del mondo». Dinanzi all’uso di avanzati strumenti tecnologici, rispetto al passato come è cambiata la figura e il ruolo del medico chirurgo?

R. La medicina si è basata per molti secoli su conoscenza, percezione, intuito e sensibilità; e da qui anche la necessità  di tutti i medici e chirurghi di affidarsi ai cinque sensi, di cui la natura ha dotato l’essere umano. Ma, evidentemente, la natura non bastava, e neppure l’istinto; ed allora l’uomo si è affidato, sempre più, al progresso scientifico e tecnologico.

E quindi, oggigiorno, i cinque sensi sembrano relegati al mesto ruolo di supporto ai potentissimi mezzi tecnologico-informatici, esageratamente sofisticati ed ipertecnologici. Ed ecco che la medicina moderna pensa (o meglio si illude) di poter fare a meno delle mani del medico e del chirurgo e dei cinque sensi, sostituendoli con sofisticati strumenti tecnologici, informatici e robotici, che offrono, senza dubbio, nuove e maggiori possibilità diagnostico/terapeutiche, impensabili solo fino a pochi anni fa.

Oggi c’è un ricorso sempre più diffuso ‒ oserei dire esasperato ‒ alle nuove tecnologie, con il rischio intrinseco di un freddo distacco, che riduce sempre più  il “contatto fisico” con i pazienti. Un contatto, che si è ancor più ridotto a causa del Covid. Ed oggi la chirurgia, ricorre maggiormente alle tecnologie più moderne e, di recente, addirittura alla robotica ed alle intelligenze artificiali, sempre più determinanti… e, per molti versi, addirittura egemoniche.

È ormai chiaro a tutti che, per alcune discipline della Chirurgia, ci sono stati straordinari progressi, che consentono al chirurgo mano fermissima (e addirittura ruotabile a 360 gradi), e vista perfetta attraverso ai monitor ad altissima definizione 3D. Ed infatti la chirurgia robotica consente dei nuovi e rivoluzionari interventi, inimmaginabili fino solo a pochi decenni fa. 

D. Quali sono le problematiche emergenti?

R. E se durante l’intervento qualcosa va storto? Se il paziente subisce un danno per un malfunzionamento del robot? Chi è il responsabile? Oggi non esistono risposte esaustive a queste domande e ci troviamo, quindi, di fronte ad una questione etica (ma anche legale) molto importante.

Il robot offre evidenti vantaggi, soprattutto per il chirurgo; ma presenta anche notevoli vantaggi per il paziente e la società. E tuttavia la chirurgia robotica presenta anche alcuni rischi e svantaggi, ad es.  il chirurgo perde la sensazione tattile e la percezione della tensione, col rischio di causare lesioni ad organi e tessuti. Manca poi anche l’olfatto: molto importante perché, nella chirurgia tradizionale, aiuta il chirurgo a capire meglio alcune situazioni particolari (microperforazioni intestinali, necrosi, infezioni etc.). Oltretutto la Chirurgia Robotica può essere eseguita anche a notevole distanza: telechirurgia. Ma l’applicazione della chirurgia robotica (e soprattutto della telechirurgia) deve sempre presupporre diverse attenzioni tecnico-scientifiche, ma anche etico-morali.

Proprio per questo credo che, per il futuro, si dovrà pensare ad un nuovo ed ampio progetto educativo e formativo. Sì, perché quello che si deve assolutamente evitare, con la Chirurgia Robotica, è la sostituzione del robot al rapporto umano e al contatto fisico, che è imprescindibile in ogni relazione umana; e in modo particolare nel rapporto medico/paziente. E questo perché la “care” solo artificiale di una macchina porta alla disumanizzazione della cura e ad un’oggettivazione del paziente.

D. Di che cosa c’è necessità allora perché la tecnica possa essere di aiuto e non domini, non stravolga la dimensione umana nella relazione medico – paziente? Quali sono le sfide future nel campo della Chirurgia Robotica?

R. La Chirurgia Robotica è senza dubbio la Chirurgia del futuro, non possiamo negarlo e neppure impedirlo, perché consentirà nuovi indiscutibili ed irrinunciabili vantaggi per il paziente; ma, è bene sottolinearlo, porterà anche nuove problematiche ed inquietudini! E proprio per questo occorrerà definire meglio anche il quadro sociale ed etico-giuridico, e questo perché al centro ci deve essere sempre l’uomo … e nessuno deve essere lasciato indietro.

Abbiamo visto che il progresso tecnologico corre. E corre molto più veloce della riflessione etica e della legislazione. E se, da un lato, è giusto, anzi necessario, che il progresso continui a correre, tuttavia deve procedere all’interno di un quadro di riferimento etico-antropologico e giuridico-culturale.

Ed infine si deve assolutamente evitare la dicotomia aprioristica di scegliere tra l’high tech e l’high touch, come fossero due opzioni separabili, intercambiabili o addirittura antitetiche. E quindi la riflessione sul ruolo e il significato che hanno i sensi nella relazione terapeutica deve necessariamente fondarsi su diversi approcci: filosofico, etico, comunicativo, socio-politico e legislativo, oltre che a quello strettamente medico.

 

Bioetica News Torino, Novembre 2020

 

 


N.B.: alleghiamo inoltre alcuni altri articoli e/o interventi dello stesso  dr. Franco Balzaretti